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Conti alla mano: Se un minuto / durasse due minuti, / conti alla mano, / saremmo nel Millecinque / e avrei sedici anni. / E allora chissà, / io e te, / giovedì. (Giovanni Previdi, Due fettine di salame, poesie; Quodlibet Compagnia Extra, 2013)
La rivalutazione degli 883 ha generato mostri, dicevamo. Tre episodi in particolare hanno posto fine ai termini di ragionevolezza entro i quali rileggere gli 883 nella storia del pop: il primo è Con due deca, compilation-tributo messa insieme da Rockit (in sede di recensione scrissi “Un album di cover indierock degli 883 che negli episodi migliori è insufficiente (Colapesce, Dargen d’Amico) e si completa di rendition che passano da triste (I Camillas, Egokid) a sbagliatissimo (I Cani, Carpacho) a insultante (Casa del Mirto, Amari), poi c’è una cover di “Weekend” fatta da Maria Antonietta. A conti fatti, l’unico che non ne esce con la reputazione a fettine è Max Pezzali: solo De Andrè è stato omaggiato in maniera così squallida.”). Il secondo è la reissue di HULUR per il ventennale con tutti i pezzi rappati e l’aggiunta dell’inedito Sempre noi con J-Ax (uno che ci aveva già provato e fallito miseramente con l’inqualificabile scippo di Deca-Dance): nel migliore dei casi una L.H.O.O.Q. a buon mercato, nel peggiore una rapina di immaginario o ricontestualizzazione non richiesta e portata a termine senza alcuna cura per le eventuali vittime della cosa (primi tra tutti i pezzi originali). Il terzo è la ricomparsa di Repetto che “spiega” gli anni dell’assenza dalle scene e torna alla ribalta come attore di teatro indipendente, businessman di successo e possibile palla al centro per la reunion di una fantomatica “formazione originale” degli 883, non si capisce nemmeno –anche in questo caso- sulla pelle di chi (come del resto fu il passaggio della sigla da 883 a Max Pezzali, dieci anni dopo l’uscita di Repetto; a un certo punto su Wikipedia stava pure scritto che gli 883, dopo l’uscita dal gruppo di Max Pezzali negli anni duemila, avevano deciso di sciogliersi; magari c’è ancora).
L’ultimo atto di questo processo di ricontestualizzazione è l’uscita, appena qualche giorno fa, dell’ultima compilation degli 883. Ultima sia in ordine di tempo che nel senso di disco d’addio alle scene di Pezzali, sempre a dar retta a certe voci, e quindi interessante nel suo voler essere in qualche modo testamento spirituale della vicenda (immagino che il fatto che ultimamente gli artisti escano dalle scene e si rimangino puntualmente la parola dopo tre anni non tolga drammaticità al gesto in sé). Il disco si chiama Max 20 ed è composto da venti brani: cinque sono inediti, due dei quali scritti con Repetto; gli altri sono pezzi del repertorio Pezzali/883 reinterpretati assieme a nomi di spicco della canzone italiana. Questa che state leggendo, in linea di principio, è la recensione del disco traccia per traccia. Per quanto mi riguarda, in ogni caso, è l’occasione per regolare dei conti personali ancora in sospeso. Finita la moda del rivalutare quei dischi e quegli anni, rimane l’idea che per NOI (un gruppo di appassionati di cui decidete voi se far parte o meno) il ripescaggio indie degli 883 ha affiancato al nemico di sempre (chi li tratta con sufficienza e senza il dovuto rispetto un Max Pezzali in quanto sfigato) una nuova razza di amanti acritici e incapaci di comprendere una Jolly Blue qualsiasi.
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