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Il nesso obliquo (Stefano Bartezzaghi, Il Fantozzi della lingua italiana; appendice a Paolo Villaggio, Fantozzi, rag. Ugo - La tragica e definitiva trilogia; Rizzoli, 2013)

Ieri sera.
Ieri sera sono andato ad un reading.
Un reading di quelli di http://prosadomenica.altervista.org
Leggevano cose di Fruttero e Lucentini e cose su Fruttero e Lucentini e cose per Fruttero e Lucentini che hanno scritto libri belli e un libro bellissimo che ti fa venir voglia di scrivere, ma Einaudi non lo stampava più, allora i tre eroi dell’internet hanno fatto finchè ora lo ristampano e voi potete comprarlo e leggerlo di nuovo. Ma la storia la spiegano meglio loro e se volete lo leggono di nuovo al Salone del Libro Off a Torino.
Io mi sa che ci vado di nuovo a sentirli.
(è stato abbastanza bellissimo)

(pellegrinaggi) il balcone di dante di nanni. (presso Via San Bernardino 14)
«Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.»
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, pag.144-145, Feltrinelli, 1967, ristampa 2005)