— Ma è orribile! — esclamò Arthur. — È la cosa più abominevole che mi sia mai toccato di sentire.
— Che cosa c’è che non va, terrestre? — chiese Zaphod, esaminando l’enorme deretano dell’animale.
— C’è che non voglio mangiare una bestia che mi sta davanti agli occhi viva e che mi invita a mangiarla — disse Arthur. — È disumano.
— È sempre meglio che mangiare un animale che non vuole essere mangiato — disse Zaphod.
— Non è questo il punto — protestò Arthur. Poi ci pensò un attimo e disse: — E va be’, forse è proprio il punto, ma adesso non ho nessuna voglia di pensarci. Perciò mi limiterò a… ehm… a mangiare un piatto di insalata.
— Posso esortarvi a prendere in considerazione il mio fegato? — disse la bestia. — A quest’ora dovrebbe essere tenerissimo e molto nutriente, perché sono mesi che mi sottopongo a una dieta abbondante e ipervitaminica.
— Un piatto di insalata — disse Arthur, con enfasi.
— Un piatto di insalata? — grugnì l’animale, rivolgendo ad Arthur un’occhiata di rimprovero.
— Non vorrete dirmi per caso che faccio male a prendere un piatto di insalata? — disse Arthur.
— Be’ — disse l’animale — conosco molte piante d’insalata che non esiterebbero a rispondervi di sì. Ed è proprio per questo che alla fine, per porre un rimedio al problema, si è deciso di allevare un animale che volesse veramente essere mangiato e fosse in grado di dirlo chiaramente, senza mezzi termini. Ed eccomi qui, infatti.
Fece un piccolo inchino.
— Allora io prendo un bicchier d’acqua — disse Arthur.
— Senti — disse Zaphod — vogliamo mangiare, non filosofare. Quattro bistecche di prima qualità, per favore. E in fretta. Sono cinquecentosettantaseimila milioni di anni che non mettiamo qualcosa sotto i denti.
L’animale si alzò faticosamente in piedi, con un lieve grugnito soddisfatto. — Un’ottima scelta, signore, se mi consente. Davvero ottima. Vado subito a spararmi.
Si girò e strizzò l’occhio ad Arthur con aria amichevole.
— Non preoccupatevi, signore — disse. — Sarò molto umano con me stesso.
— (Douglas Adams, Ristorante al termine dell’universo; 1980)
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