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Many in Wonderland

(cose così) di Marco Manicardi

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Dopo poi, ma dopo due mesi, ero andato a Novi di Modena a fare una lettura per i terremotati, e il paese era pieno di cartelli e di case sbarrate, e di tetti crollati, e a guardarle veniva da piangere, e i negozi eran tutti spostati, le parrucchiere che avevan riaperto nel loro giardino, i bottegai che vendevano i salumi in casa, una pizzeria che aveva aperto dentro un garage, e tutti, ma tutti, che parlavano del terremoto e ne parlavano continuamente, era della gente che gli era successa una cosa, come noi a Baghdad nell’ottantasette, c’era un’aria che, io non lo so, dev’esser stato così, il dopoguerra. E, lo so che è brutto da dire, ma a me mi piaceva, tanto che dopo, ma dopo dei mesi, son tonato lì a Novi, a guardare il paese, e ho fatto un giro, ho trovato un palazzo, l’ex sede dell’Anpi, che non c’era più: c’eran solo, per terra, delle piastrelle, a camminarci sopra si sbriciolavano tutte. E a vedere il municipio, con ancora le bandiere sul balcone, con davanti una lapide di marmo, frantumata, che parlava dei novesi, per terra, e a vedere l’albergo di Novi, cioè a non vederlo, che non c’era più neanche lui, come la sede dell’Anpi, ecco quella volta lì, a me era venuta paura, e quando ero stato poi nella baraccopoli, con un container che faceva da fornaio, un container da calzolaio, un container da ufficio postale, quando poi mi avevano detto, uno che abitava lì, «A noi ci chiamano il campo di concentramento, ma noi siamo normali, siamo solo terremotati», a me era venuto da pensare a Lev Tolstoj, che nel 1884, quando aveva 56 anni, e aveva già avuto tredici figli, aveva scritto: «Se c’è qualcuno che dirige le cose della vita, vorrei rimproverarlo. È troppo difficile e spietata».


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Gli intellettuali noteranno la lungaggine della seconda parte, quando le munizioni a coriandoli sono tutte sparate e l’energia orgiastica cede il passo alla fatica di dover comunque raccontare una storia.
[…] Ma ci terranno lo stesso a vederlo fino alla fine, per assicurarsi che il libro era meglio, proprio come i lettori dei fumetti di Iron Man che sedevano nella stessa poltrona, con gli stessi occhialini, una settimana prima. The Great Gatsby forse non vi piacerà, ma vi piacerete da soli mentre lo stroncherete. È una tamarrata galattica, è pimp my Scott Fitzgerald, è Baz Luhrmann in tutto il suo splendore di cartone, e Leonardo Di Caprio è la migliore sagoma che gli sia mai capitata tra le mani (ma anche Maguire e Carey Mulligan, citiamoli, sono cartonati perfetti).

— (Leonardo - Pimp My Francis Scott Fitzgerald/Il Grande Tamarro in 3D)
Questo Grande Gatsby è molto bello, vecchio mio, non credevo. (L’unica cosa è che io col 3D ho dei problemi seri, che se va bene rutto per le tre ore successive al film, se va male devo correre in bagno a vomitare, e quindi l’ho visto in 2D. Ma voi che siete in salute, andateci e inforcate gli occhialini.)


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A volte mi sembra che bisognerebbe fare tutto alla rovescia, secondo incoscienza.

— (Antonio Stenelli, Pensieri inediti e sorprendenti (EuroZona, 2006), pag. 91 - gianfranco mammi: Alla rovescia)


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Non sono adatto più per lo spumante (Aleksandr Puškin, Eugenio Oneghin; trad. Ettore Lo Gatto; Quodlibet, 2008)

Non sono adatto più per lo spumante (Aleksandr Puškin, Eugenio Oneghin; trad. Ettore Lo Gatto; Quodlibet, 2008)


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Dopo aver lavorato tutto il giorno, di solito faccio una camminata sull’erta collinare dove abito, chiamata Zürichberg. Qui salendo arrivo al cimitero dove c’è la tomba di Joyce, non lontano dallo zoo dove sono messi in mostra animali di varie provenienze. La tomba è una semplice lapide rasoterra, da cui sorge una statua di bronzo con i tratti del nostro autore. Corpo dinoccolato, accartocciato in un rilassamento pensoso, con gambe accavallate, Joyce guarda verso il cespuglio alla sua destra. Si direbbe un uomo snodabile che sta pensando ad acrobazie da compiere, mentre arrivano dei visitatori a rendergli omaggio come acrobata letterario, dopo aver visitato lo zoo.
Direi che l’idea dell’acrobata letterario si adatti bene al personaggio raffigurato in quella statua, perché Joyce era come uno che ha volato da un trapezio all’altro in un tendone da circo. Il che mi fa tornare in mente una passione diffusa tra letterati e artisti nella Parigi fin de siècle: la passione per l’acrobata da circo, che si alzava in voli iperbolici, al di sopra del prosaico mondo dei borghesi e bottegai. Joyce è arrivato a Parigi nel 1902, e gli è rimasto qualcosa di quel modo per sorvolare la prosa del mondo, con voli del pensiero che ci portano di qua e di là, in invenzioni fuori ordinanza.
Quei voli della mente, con giochi di variazioni, producono nel lettore l’accavallarsi di linee narrative molto diverse. Ma il risultato può essere tutt’altro, con il lettore che si confonde, e stanco dei giochi della mente mette l’Ulisse quasi subito da parte. Questo risultato mi sembra emergere anche dalla tomba e statua di Joyce, come un luogo di visite turistiche, senza più voli del pensiero (è passato molto tempo da quegli acrobati della letteratura, e i nuovi arrivati non disprezzano più i borghesi e i bottegai - anche perché ora ci sono i supermercati, e più nessun bisogno di voli del pensiero).

— (Gianni Celati, «Joyce a Zurigo» - su Einaudi.it)


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Allora, per Puškin, fu molto importante la njanja, la nutrice, Arina Rodionovna, che gli raccontava, da piccolo, le fiabe popolari, e alcune Puškin poi le ha riescritte, e sono diventate celebri in tutto il mondo, come quella del pesciolino d’oro e quella lingua lì, la lingua della njanja, la lingua popolare, la lingua degli oggetti, delle mani, della fatica, la lingua parlata, Puškin l’ha portata nella letteratura, ne ha fatto la lingua della letteratura e alla njanja di Puškin, una contadina, una serva della gleba, una serva, a Pskov, che è la regione dove c’erano i possedimenti della famiglia di Puškin, hanno fatto un monumento, così come da noi, in Toscana, avrebbero potuto fare un monumento alla donna di servizio toscana di Manzoni, alla quale, continuamente, Manzoni chiedeva come si dicevano le cose in toscano, mentre lavorava alla nuova stesura dei Promessi sposi.


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Il nesso obliquo (Stefano Bartezzaghi, Il Fantozzi della lingua italiana; appendice a Paolo Villaggio, Fantozzi, rag. Ugo - La tragica e definitiva trilogia; Rizzoli, 2013)

Il nesso obliquo (Stefano Bartezzaghi, Il Fantozzi della lingua italiana; appendice a Paolo Villaggio, Fantozzi, rag. Ugo - La tragica e definitiva trilogia; Rizzoli, 2013)


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L’antichissimo “pacifico cittadino” (Fruttero & Lucentini, La donna della domenica; Mondadori, 1972)

L’antichissimo “pacifico cittadino” (Fruttero & Lucentini, La donna della domenica; Mondadori, 1972)


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