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(pellegrinaggi) il balcone di dante di nanni. (presso Via San Bernardino 14)
«Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.»
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, pag.144-145, Feltrinelli, 1967, ristampa 2005)
(Lo dice sempre anche mia nonna di me, quando parla di me con qualcuno. Dice proprio “Me nvó, lò l’è un comunésta”.)
(AA.VV., Pussy Riot!: A Punk Prayer For Freedom; Femminist Press, 2012)
Il 17 agosto 2012 eravamo a Mosca, volevamo andare a vedere la casa di Gogol’ e abbiamo preso la metropolitana. Senza saperlo, siamo spuntati dalla metro davanti alla Cattedrale del Cristo Salvatore, dove le ragazzine punk avevano tenuto la loro perfomance, per la quale, il 17 agosto 2012, sono state condannate a due anni di reclusione. (Quel giorno lì hanno anche arrestato Kasparov, come fanno quasi ogni volta che durante una manifestazione arrestano qualcuno.)
Quando siamo spuntati dalla metro, l’udienza era ancora in corso. Lì davanti alla Cattedrale del Cristo Salvatore c’era un po’ di gente, nessuno si fermava, tutti camminavano in qualche direzione. Molti di questi passanti eran degli omoni alti, grossi e squadrati, con delle facce da soldato. Noi, il nostro passo, dopo i primi secondi di smarrimento, l’abbiamo aumentato ben bene e siamo andati a visitare la casa di Gogol’. Per la Cattedrale del Cristo Salvatore, facciamo la prossima volta che andiamo in Russia.
E niente, mi son comprato questo librino. Comprandolo, dicono che ho contribuito alle spese processuali e varie ed eventuali per le ragazzine punk in galera. Poi non mi ricordo più dove volevo arrivare con questo discorso, facciamo la prossima volta.

Quello lì è il vecchio mulino di Volgograd, unico edificio superstite dell’assedio della città. La foto l’ho fatta io, quest’estate, in viaggio di nozze. Oggi, solo per oggi, Volgograd torna a chiamarsi ufficialmente Stalingrado. Guardando un po’ in giro, e parlando con qualcuno del posto, nel limite del possibile, mi son fatto l’idea che non è che gli abitanti sarebbero poi così scontenti di tornare in via definitiva al vecchio nome.
(A Stalingrado ci sono delle statue molto grandi, alcune molto brutte, per non parlare delle pareti; ma ci sono anche delle scritte pomposissime, delle belle piazze, delle torrette di carri armati su dei piedistalli, e ci abbiamo visto un film di Tarantino doppiato in russo.)
Stavo leggendo delle reazioni del vecchio Hobsbawm alla diffusione del rapporto nel 1956, sulla sua autobiografia, e mi è venuta in mente questa puntata de La Storia Siamo Noi.
(Agevolo, poi, un’infografica estiva del nostro pellegrinaggio sulla tomba del buon Nikita, una roba bianca e nera che ha tutta una sua storia dietro, magari prima o poi la racconto…)
Sul Post:
Il video dell’incontro nel 1983 con l’allora presidente della Repubblica, oggi che sono cinque anni dalla morte del giornalista
(dei signori come non ne fanno più)
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