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Che poi noi ci chiedevamo sempre se si scriveva cabò o cabot.
(Ugo Cornia, Il professionale; Feltrinelli, 2012)
Dicevamo che Höss, il comandante del campo di Auschwitz, nella sua autobiografia, a proposito di quel periodo dove era SS nel campo di lavoro di Dachau, scrive: «Ho un ricordo molto vivo della prima punizione corporale alla quale assistetti. Secondo le disposizioni di Eicke, a queste punizioni doveva assistere almeno a una compagnia di SS. Due prigionieri che avevano trafugato delle sigarette al deposito, erano stati condannati a ventiquattro frustate. La truppa venne schierata in quadrato aperto, armata; nel mezzo, il ceppo a cui legare i condannati.
Questi vennero condotti lì dai Blockführer. Appena giunse il comandante, i sottocomandanti di campo e il comandante di compagnia gli fecero rapporto. Il Rapportführer lesse la sentenza, e il primo prigioniero, un piccolo, irriducibile fannullone, dovette chinarsi sul ceppo. Due militi gli tenevano ferme la testa e le braccia, e due Blockführer eseguirono la sentenza, un colpo dopo l’altro. Il prigioniero non emise un grido. L’altro, invece, un politico grande e grosso, fin dalla prima frustata cominciò a urlare selvaggiamente, tentando di divincolarsi. Continuò a urlare così fino alla fine, sebbene il comandante gli avesse gridato più volte di smetterla. Quanto a me, stando in prima fila, fui costretto a guardare l’intero spettacolo.
Dico che fui costretto, perché se fossi stato in una delle file posteriori non avrei certo guardato. Quando l’uomo cominciò a urlare, provai ad un tempo freddo e caldo, e l’intero spettacolo mi sconvolse, del resto, fin dal primo istante. Più tardi, all’inizio della guerra, assistendo alla prima esecuzione, non provai lo stesso orrore di questa punizione corporale, ma non saprei certo spiegare il perché».
Ecco, secondo me, Höss, quella punizione lì l’aveva vista per la prima volta, era stato costretto a vederla come se non la conoscesse, mentre più avanti, «quando divenni comandante, scrive, e quindi responsabile io stesso delle punizioni da infliggere, fui presente assai di rado». Ecco, non le guardava, dopo un po’, non le guardava, non le guardava più. Ecco voi, domani, secondo me, avete, se posso permettermi, un privilegio, che vedrete Birkenau per la prima volta nella vostra vita, e io, dopo fate come volete, ma io credo che vi convenga provare a guardarlo da deficienti, con gli occhi del deficiente che vive dentro di voi, se sapete qualcosa, per le due ore che sarete lì, al mattino, dimenticatevelo, guardate, usate gli occhi, sentite gli odori, sentite quel che vi dicono le guide come se fosse la prima volta che sentite quelle cose, fate funzionare quella macchina dello stupore che avete, tutti, dentro la pancia.
(Se cliccate sul link, lì sopra, c’è il discorso che ha fatto Paolo Nori a Cracovia, il 16 marzo del 2013, nell’auditorium del’Hotel Best Western, nell’ambito della manifestazione Un treno per Auschwitz organizzata dalla fondazione Fossoli. Secondo me, se lo leggete tutto fate un bel lavoro.)