Allora volevo solo dire che secondo me, la cosa stupefacente, di Charms, è che lui, che non lo lasciavano pubblicare le cose che erano la ragione della sua vita, e che era stato arrestato due volte con delle accuse insensate, e che per settimane non sapeva come mangiare, e che, con sua moglie, restava a letto fino alle tre del pomeriggio perché aveva sperimentato che a stare a letto vien meno fame, e che per quelle accuse lì poi è morto di fame in un manicomio, Charms, se uno va a leggere i suoi diari, non si lamenta mai, di queste cose. Non si lamenta mai degli altri. Le uniche lamentele che si trovano nei diari di Charms, sono rivolte a se stesso.
Oggi non ho scritto le mie tre quattro pagine. Sono completamente abbrutito. È terribile. La degradazione si vede perfino dalla calligrafia. Quale folle pertinacia c’è in me, nell’inclinazione al vizio. La mia caduta è immensa. Ho perso del tutto la capacità di lavorare. Sono un cadavere vivente. Abba padre, sono caduto. Aiutami a risollevarmi.
[…] mi viene da dire che qui da noi, per chi, come me, si occupa di libri, scrive dei libri, e ne legge, una cosa come Daniil Charms, una persona come Daniil Charms, le opere di Daniil Charms, sono una benedizione, che ti viene da star con la testa per aria a ringraziare il signore, se c’è, che ci ha fatto capitar tra le mani quelle cose che Charms ha scritto nella sua stanzetta di San Pietroburgo nella prima metà del novecento nonostante intorno tutti gli dicessero che erano delle sciocchezze, non pubblicabili, che era arte degenerata, antisovietica, l’hanno messo anche in prigione, l’hanno mandato al manicomio, l’hanno fatto morire di fame e lui non se la prendeva neanche con loro, se la prendeva con se stesso, devo scrivere di più, oggi non ho scritto le mie tre quattro pagine.
Eppure sarebbe stato così facile, per Charms, la prima cosa, tutti noi avremmo fatto così, credo, mettersi a pregare dei cancheri al potere sovietico, dare la colpa della propria rovina e della propria caduta a un potere cieco e falso e ingiusto e crudele e stupido, e invece no, e per questo noi oggi non abbiamo in mano delle invettive, ma dei capolavori.
(Paolo Nori, Noi e i governi; Marcos y Marcos, ebook, 2011)
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(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007. Delle altre cose dallo stesso articolo, qui.)
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(domenica 25 marzo abbiamo presentato Prospektiva, il nuovo numero, il cinquantaquattresimo, allo Spazio Meme, a Carpi, un posto che se ci capiti, a Carpi, oltre al Museo Monumento al Deportato, dovresti assolutamente passarci, allo Spazio Meme, a fare una visita. Ho fatto un discorsetto, una ròba che a Carpi va di moda fare: è qua di seguito. Un po’ lungo, ma tant’è, come si dice dalle mie parti)
Ciao, buonasera a tutti, mi chiamo Fabrizio, Gabrielli di cognome, e per prima cosa mi viene di scusarmi per non andare a braccio e leggere tutto il mio intervento, che durerà con tutte le letture, una mezz’ora, minuto più, come si dice, minuto meno: l’imbarazzo credetemi è tanto, ma c’è che sono sotto trasloco e mi capita di dimenticarmi le ròbe, ho una vita un po’ inciafrojata, come si dice dalle mie parti, non vogliatemi male, se potete.
Io c’ero, come si dice dalle mie parti.
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Non è che mi capiti tutti i giorni.
Ma negli ultimi due anni mi sarà capitato una ventina di volte. Che mi si chieda di scrivere una roba.
Tendenzialmente non la scrivo. A meno che non sia sotto alle 700 battute.
Oppure riciccio. Ricicciare è bello. Prendi qualcosa che hai già fatto e lo ricicci: a casa mia si dice così.
Una volta avevo raccontato com’era andata la nascita di Ester, che è mia figlia, e quindi com’era andato il parto di Agnese. Ester è nata in casa. Spoilero subito il finale: è nata in bagno. È nata in casa perché Agnese si sentiva più tranquilla che in ospedale, e la vedeva una cosa più naturale.
E, in tutta onestà, è indubbio che sia più naturale. Detto questo, ecco che riciccio.
Molto schematicamente, il riassunto della notte del 10 gennaio 2009, notte in cui Ester è nata. Dal punto di vista del padre.
(Leggetelo, che è un racconto di verità.)
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Mullà Nasrudìn (Paolo Nori, Si chiama Francesca, questo romanzo; Einaudi, 2002; rist. Marcos y Marcos, 2012).
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Mi son fatto intervistare da Fabrizio Gabrielli, abbiamo parlato di sforbiciate, di vita, d’amore, ma prima, per favore, il pallone. Volevo ringraziare il mio inervistatore facendogli dono di un pregevolissimo naso rosso. Spero che apprezzi. Grazie fabbrì.
(Nella locandina, lì, c’è scritto che domenica 25 si sforbicia e si prospettivizza al meme di Carpi. Venite, se siete in zona.)
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