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(Aciribiceci - Considerazioni non richieste su Limonov e altre opere di difficile collocazione sugli scaffali)
Per quanto mi riguarda, Limonov, il libro, è un bel libro, ma non una cosa da far scoppiare la testa. In Limonov, il libro, ti appassioni a Limonov, il personaggio; ma dentro Limonov, il libro, c’è troppo Carrère, lo scrittore francese, che non è che sia tra i miei preferiti. Però, tutto sommato, è andata bene: adesso sto leggendo i libri di Limonov, lo scrittore russo, ed è - o sembra - un coglione galattico, ma quel coglione galattico, oh, sa scrivere. O il traduttore tradurre, si capisce.
(update: in merito alle biografie romanzate dei russi, consiglio TANTISSIMO questo libro qui)
Il dramma dei feedreader dopo una “vacanza” lo conosciamo tutti. Però delle volte, tipo questa, prima di “contrassegnare tutto come già letto”, che di suo è una pratica liberatoria come poche, qualcosa di bello ho leggiucchiato, qualcosa me lo segno come da leggere, e nello specifico:
In occasione dell’uscita del suo romanzo Così in terra (qui l’ebook), la redazione del blog letterario E io che mi pensavo ha incontrato Davide Enia per una intervista esclusiva.
2. (L’apprendista libraio) Esce l’8 febbraio
Un booktrailer.
3. (Leonardo sul Post) Il nostro uomo a Damasco
1975 anni fa oggi (un anno più uno meno) un piccolo uomo spaventato entra a Damasco, Siria, Impero Romano. Viene da Gerusalemme con una lettera di referenze del Sommo Sacerdote, ma non sa più che farne. L’idea alla partenza era far arrestare e portare davanti al Sinedrio (l’Inquisizione di allora) tutti gli ebrei damasceni appartenenti a una buffa setta eretica appena nata, che non ha ancora un nome: quelli che credono che il Messia degli Ebrei sia un tale crocefisso di recente. Il problema è che il piccolo uomo – Saul si chiama, come il re epilettico meno simpatico della Bibbia – non ci vede più, letteralmente. Strada facendo ha avuto un mancamento, è caduto (da cavallo? non si sa), ha visto una gran luce e forse ha anche sentito una voce, ed è ancora tutto scombussolato. Resterà in questo stato per tre giorni, senza mangiare. Poi fonderà una religione.
Mi sono accorto oggi di un’intervista di quest’estate, clic, dove dico delle cose insensate (per esempio dico che a Stalingrado ho visto grandi esempi di libertà, e io non ci sono mai stato, a Stalingrado).
5. (Un omaggio?) Storia di un menomato
Vedete a che guasti può portare l’ossessione per il proprio aspetto esteriore…! Io, ad esempio, sono (o meglio, lo ero: adesso sono solo un vecchio), io sono, dicevo, un uomo nient’affatto brutto, con un bel naso franco e diritto, capelli folti e lisci, di un colore tra castano e rossiccio, e labbra gentili, forse un po’ femminee, rese però meno equivoche da un mento piuttosto forte. Ma sono sempre stato miope, di una miopia sempre meno trascurabile man mano che passavo giorni e anni sui manuali di scuola e su altri accidenti dello studio e del lavoro. Solo che mi ero messo in testa che stessi male con gli occhiali; allora, in ogni occasione anche vagamente pubblica (anche se si trattava solo di un’uscita con gli amici, per dire), evitavo di presentarmi coi miei buffi occhiali d’osso - oh! detta così fa ridere: ma all’epoca, vi assicuro, erano occhiali normali… - e rinunciavo, di fatto, a gran parte delle mie facoltà visive.
6. (I 400 calci) Libri di sangue: I Know What You Did Last Summer
In cui ci diamo coraggiosamente alla letteratura, e vi andiamo a recuperare quei casi in cui un film è diventato talmente più famoso del libro da cui è stato tratto che probabilmente ne ignoravate o avevate dimenticato le origini. Chicche nascoste, tradimenti per il meglio e altre rivelazioni che non avreste immaginato.
7. (Bizzarro bazar) Maschere mortuarie
Le maschere mortuarie sono una delle tradizioni più antiche del mondo, diffusa praticamente ovunque dall’Europa all’Asia, all’Africa. Così come assieme al cadavere venivano spesso lasciati viveri, armi o altri oggetti che potessero servire al morto nel suo viaggio verso l’aldilà, così spesso coprire il volto con una maschera garantiva al suo spirito maggiore forza e protezione. Nelle tradizioni africane, queste maschere erano minacciose e terribili, per spaventare ed allontanare i dèmoni dall’anima del defunto. Nell’antico bacino del Mediterraneo, invece, la maschera veniva forgiata stilizzando le reali fattezze del morto: ricorderete certamente le più famose maschere funerarie, quella di Tutankhamen e quella attribuita tradizionalmente ad Agamennone.
Poi, basta, ho “contrassegnato tutto come già letto”. E adesso sto bene.
(via pensierispettinati)
E allora mi chiedo questo: perché io di fronte alle pratiche corruttive, alle parole corruttive, ai gesti corruttivi, io faccio finta di niente, metto la testa sotto la sabbia? Tra le parole corruttive voglio segnalare assolutamente sì, che ha trasformato la parola più bella, sì – la parola del consenso, dell’adesione, della condivisione – in uno sgangherato grido di guerra. E che dire poi di quel gesto orrendo e massimamente corruttivo delle dita a «virgolette»? E della forza corruttiva che sprigiona dalle sigle a cui ora si affidano i musei? Prima i musei si chiamavamo Galleria Nazionale, Pinacoteca Cittadina, Museo Diocesano, che era un modo, già dal nome, di dirti cosa avresti trovato dentro il museo. Ora i musei si chiamano MARS, MADRE, MAN, MAS, ARCH, GNAM, GNUM per cui la prima cosa che ti chiedi è cosa diavolo vogliono dire quelle sigle. E Champions? In questa espressione, e nel modo allo stesso tempo subdolo e violento con cui ha cancellato la Coppa dei Campioni della mia infanzia, si annida una squassante forza corruttiva.
Io su questa cosa delle parole corruttive, dei gesti corruttivi ci devo tornare su, perché questo è il sentimento che mi accompagna, quello di essere circondato dalla corruzione, circondato al punto che anch’io ne faccio parte. Sarebbe peggio, penso, se ritenessi di non essere parte della corruzione, che la corruzione si ferma proprio dove inizio io, ché allora vorrebbe dire che sono matto.
(Luciano Marrocu, Le rivoluzioni vanno sempre storte, Sugaman, 2011; le pagine, non so, l’aifono dice da 365 a 367)

Questo libro, adesso che vien fuori il sole, puoi anche portartelo sotto l’ombrellone. È un Sugaman da mare.
Sebbene Corinne fosse abbastanza abituata a bere – la maggior parte dei suoi amici erano bevitori forti se non incalliti – non ordinò mai nemmeno un cocktail in compagnia di Ford. Né qualcosa che gli somigliasse, se è per questo. Temeva che se lui avesse avuto un improvviso, imprevisto impulso a prenderla fra le braccia – magari all’ombra di un qualche familiare paesaggio di periferia: il negozio di un sarto o quello di un optometrista, per esempio – avrebbe potuto trovare il suo fiato rivoltante.
Quando Ford finalmente la baciò, ovviamente lei era appena stata ad un cocktail party a sorpresa nel suo ufficio.
Il bacio avvenne nel ristorante cinese, circa dodici settimane dopo che si erano incontrati lì per la prima volta. Corinne stava correggendo le bozze di una copia della rivista – aspettando Ford. Lui arrivò, la baciò, si tolse il soprabito e si sedette. Fu il classico bacio disincantato dato dal classico marito disincantato appena arrivato in soggiorno direttamente dall’ufficio. Corinne, comunque, era troppo felice al momento per chiedersi quando lui fosse entrato in uno stato di grazia. Più tardi, quando ebbe modo di ripensare all’episodio, arrivò alla soddisfacente conclusione che l’evoluzione dei loro baci sarebbe avvenuta al contrario.
(J.D. Salinger, La foresta capovolta)
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La foresta capovolta è un libro che non esiste, almeno in Italia. L’ha tradotto – benissimo! – il prode Stefano Amato, che ve lo regala qui. Dategli due soldi, perché se li merita.
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