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Many in Wonderland

(cose così) di Marco Manicardi

Post taggati live report

La forza, l’anima nella voce di queste donne è talmente potente e radicale che solo oggi capisco che cosa deve essere stato ascoltare il vero blues, lo spiritual, il gospel. Credevo di saperlo già, solo oggi ne avverto e comprendo realmente l’essenza. Non sto esagerando. Non sono stupido, diabeticamente romantico, invasato o supinamente partigiano. La quasi totalità dei tanti, davvero tanti concerti che ho visto nella mia vita non hanno mai nemmeno lontanamente sfiorato l’emozione e la forza di comunicazione di quello che provo oggi di fronte a queste signore che alla fine di tutto salutano educate, ringraziano, dicono di non sentirsi da museo e di fare figli.

Coro delle Mondine di Novi e Barabba @ Vecchia Pescheria [Rimini, 25/Aprile/2012] (Su Nerds Attack, che una volta era una fanza punk. Son soddisfazioni.)


16 note Tags: live report barabba26x1 La Musica è finita

Se mi chiedi com’è Deserter’s Songs dal vivo, ti rispondo che devi prima ascoltartelo a casa e in macchina per un paio di giorni, apprezzarne gli arrangiamenti, gli archi, la sega suonata con l’archetto, le pennellate di batteria, trombe e sassofoni, cose barocche, cose così. Poi vai a vederlo, Deserter’s Songs dal vivo, e tieni bene in mente gli ascolti dei giorni precedenti, perché poi quando quel folletto del cantante, con le orecchie a punta, esce dalle quinte e si porta dietro quel marmocchio del chitarrista, due tastieristi e un batterista che sembro io, quegli arrangiamenti ci sono tutti, solo che vengono digrignati a volume oltraggioso dalle chitarre, urlati dalle tastiere, picchiati sulle pelli e sui piatti, e il barocco diventa quasi psichedelia.
E così te lo ascolti tutto, il disco, dal vivo, ché nonostante l’Estragon, un posto impietoso per l’acustica, e qualche disguido al mixer, stai lì e sei l’Astro del ciel di Endlessly, sei l’estasi del crescendo in coda a Open 40, sei come Dante che vede sé stesso nella furia melodica di The Funny Bird, ed è tutto così meravigliosamente fragoroso, Deserter’s Songs, dal vivo, che il normale tiro di Delta Sam Bottleneck Stomp sembra quasi un salto della quaglia, e non te l’aspetti. Ma il disco finisce lì, e i Mercury Rev tornano dietro le quinte. Wavin’ goodbye i’m not sayin’ hello.
Ma lo sai, poi tornano, e son di nuovo melodie ed esplosioni, e ti si apre il cuore e vorresti essere forte come nei sogni tutti sbagliati di The Dark Rising. E alla fine ripeti con lui, mentre applaudi, ripeti con quello dalle orecchie a punta, ripeti Senses are on fire, senses are on fire, senses are on fire, senses are on fire. E davvero i sensi ti sono andati a fuoco, come i palmi delle mani che ormai sono paonazzi.
Se mi chiedi come stai dopo aver visto Deserter’s Songs dal vivo, ti rispondo che può anche capitare che tu salga in macchina, dopo, e ci sia Suzanne di Leonard Cohen che passa in una radio commerciale. Son quelle serate dove ti sembra perfetta anche la tangenziale.
(le foto sono della Fran)

Se mi chiedi com’è Deserter’s Songs dal vivo, ti rispondo che devi prima ascoltartelo a casa e in macchina per un paio di giorni, apprezzarne gli arrangiamenti, gli archi, la sega suonata con l’archetto, le pennellate di batteria, trombe e sassofoni, cose barocche, cose così. Poi vai a vederlo, Deserter’s Songs dal vivo, e tieni bene in mente gli ascolti dei giorni precedenti, perché poi quando quel folletto del cantante, con le orecchie a punta, esce dalle quinte e si porta dietro quel marmocchio del chitarrista, due tastieristi e un batterista che sembro io, quegli arrangiamenti ci sono tutti, solo che vengono digrignati a volume oltraggioso dalle chitarre, urlati dalle tastiere, picchiati sulle pelli e sui piatti, e il barocco diventa quasi psichedelia.

E così te lo ascolti tutto, il disco, dal vivo, ché nonostante l’Estragon, un posto impietoso per l’acustica, e qualche disguido al mixer, stai lì e sei l’Astro del ciel di Endlessly, sei l’estasi del crescendo in coda a Open 40, sei come Dante che vede sé stesso nella furia melodica di The Funny Bird, ed è tutto così meravigliosamente fragoroso, Deserter’s Songs, dal vivo, che il normale tiro di Delta Sam Bottleneck Stomp sembra quasi un salto della quaglia, e non te l’aspetti. Ma il disco finisce lì, e i Mercury Rev tornano dietro le quinte. Wavin’ goodbye i’m not sayin’ hello.

Ma lo sai, poi tornano, e son di nuovo melodie ed esplosioni, e ti si apre il cuore e vorresti essere forte come nei sogni tutti sbagliati di The Dark Rising. E alla fine ripeti con lui, mentre applaudi, ripeti con quello dalle orecchie a punta, ripeti Senses are on fire, senses are on fire, senses are on fire, senses are on fire. E davvero i sensi ti sono andati a fuoco, come i palmi delle mani che ormai sono paonazzi.

Se mi chiedi come stai dopo aver visto Deserter’s Songs dal vivo, ti rispondo che può anche capitare che tu salga in macchina, dopo, e ci sia Suzanne di Leonard Cohen che passa in una radio commerciale. Son quelle serate dove ti sembra perfetta anche la tangenziale.

(le foto sono della Fran)


9 note Tags: animali sul palco live report La Musica è finita gente figa un bel po' cose belle

Campa cavallo

Sarà che sono io, che son vecchio, ma questa banda dei cavalli, i Band Of Horses, pensa te che nome, non ha le canzoni, le strutture, anche volendo prescindere dal bassista terribile, boh, non ha le canzoni, le strutture, sarò io che son vecchio.

Ma poi no, dai, non è vero, una ce l’ha, e la fa alla fine del concerto, alla fine del bis, si chiama Funeral. Quando l’ascolti, non vedi i cavalli, vedi i canguri che saltano tra la gente svenuta.


3 note Tags: serial killer live report La Musica è finita

Un anno (poco dal) vivo

(Nel 2010 ho visto *solo* 53 concerti, che son tipo la metà di quelli che vedo di solito in un anno. Ma ci son stati gli ebook e un sacco di altre cose da fare. È dura metterne in fila dieci, ma ci proviamo)

1. PEARL JAM @ Heineken Jammin’ Festival 06/07
Odio i PJ. Però, Cristo, si mangiano il palco e lo risputano in forma di adrenalina.

2. BLACK CANDY last shit nighr @ Kalinka - 12/02
C’eravamo tutti. Piangevamo tutti. Potete anche scaricarvi il concerto. Addio anime belle.

3. THE SONICS @ George Best - 07/12
Gente che vola sulle teste, donne che si spogliano sul palco, bufera, delirio. Forse noi occidentali contemporanei abbiamo un problema: ci vogliono dei settantenni per incendiare un locale. 

4. HEAVY TRASH @ Locomotiv - 24/01
Jon Spencer è un figo. E per un attimo son diventato figo anch’io

5. GRANT HART @ Init - 08/12
Come dice Colasanti.

6. APPINO @ Rock In Rolo Party - 04/12
Lo Zen Circus da solo, una grancassa sotto a un piede, un charleston sotto l’altro, una chitarra in mano, la storia di una vita disastrata.

7. DAMO SUZUKI NETWORK @ Calamita - 20/03
Sarà la quinta volta che vedo Damo col suo progetto improvvisato. Questa volta c’erano anche Thomas Wydler e Beate Bartel.

8. GIANCARLO FRIGIERI, concerto di Natale @ La Salumeria del Rock - 24/12
Bentornato, cazzo.

9. TRANSFORMED @ Cinema Teatro Eden (Carpi) -  26/03
Tutto bello, tranne Violante Placido, che, comunque, è bella di suo.

10. MASSIMO VOLUME, La caduta della casa degli Usher @ Locomotiv - 11/04
Peccato che, all’uscita, tutti i damsiani parlassero d’altro.

(ecco fatto)


2 note Tags: La Musica è finita animali sul palco gente figa un bel po' live report topten 2010

6/6/6 the number of the Steve

(il 6 giugno 2006 gli Shellac suonarono all’Estragon e scrissi un report - scrivevo come scrivevo, all’epoca - che però si è perso nei meandri della rete. Lo recupero dai miei archivi personali e lo copincollo di seguito. Gli Shellac tornano stasera. All’Estragon. Andateci.)

Oggi non si scherza. Oggi è il 666 e vado a vedere gli Shellac - o meglio, Steve Albini - anche se è un infrasettimanale e domattina sarà una tragedia andare al lavoro, anche se devo rinunciare ai miei studi serali, anche se il concerto è lontano e devo prendere una macchina in prestito perché la mia è fuori uso. Esco dall’ufficio e parto in direzione di Bologna. Quando arrivo mi stupisco della poca gente all’ingresso della tenda dell’Estragon, ma poi realizzo: i fan degli Shellac, ormai, non vanno più a scuola. La tenda, infatti, si riempie con un ritmo costante, un ritmo che segue quello di chiusura degli uffici, delle fabbriche, le ultime corse dei trasporti pubblici serali. Abbiamo tutti una divisa anni ‘90, barba incolta, molti hanno gli occhiali con la montatura nera, tutti con delle facce meravigliosamente sfinite.

Sul palco salgono i Three Second Kiss, power-trio bolognese prodotto da Steve Albini in persona. Math-rock nudo, crudo e spinto alla follia, quello per cui devi disimparare i tempi pari, gli accordi maggiori e le melodie vocali. Il problema è che noi, stasera, vogliamo muovere la testa su e giù come facevamo quindici anni fa, quando ancora la barba non c’era, e i TSK non si prestano a questo tipo di coinvolgimento. Devi guardarli e pensare. Serve concentrazione. Non puoi seguirne il ritmo, perché ritmo non ce n’è, ma solo matematica pura ed applicata. E neppure puoi astenerti dall’applaudirli, bravi e precisi come sono. Perciò attendiamo. Attendiamo che finiscano, salutino ed escano di scena, sempre accompagnati da una buona dose d’applausi, qualche grido e folate di nicotina.

Appena Steve Albini mette il naso fuori per accordare la chitarra, viene accolto da un boato gigantesco. Siamo tutti qui per lui - quelli che almeno cento volte nella vita hanno pronunciato la frase “oh, è prodotto da Steve Albini…” - in completa e sacra adorazione. Gli Shellac sono fisicamente meravigliosi anche da vecchi: un batterista che sembra Buffon magro e scheletrico, ma tosto e indemoniato; il bassista ch’è diventato come John Goodman e che sorride spesso; e Steve Albini, sempre con la chitarra legata in cintura, gli occhialini da nerd e i siparietti comici tra un pezzo e l’altro. Fanno quasi al completo i primi dischi, seguiti spesso dalle nostre teste ciondolanti e dalle corna alzate ogni volta che raddoppiano la lunghezza di un pezzo. Il concerto dura quasi due ore e sono quasi due ore di gioia carnale. Una specie di sabba per un dio del noise-rock di nicchia.

Si chiude tutto con “Prayer to God”, col suo inno generazionale “Kill him, fuckin kill him, Kill him, just fuckin kill him. Kill’em already, kill’em already, Kill him” che cantiamo lacrimosamente in coro, soddisfatti, nostalgici, stupidamente felici. E ora tutti a casa, ché domani, noi della generazione adolescente all’inizio dei ’90, noi del pubblico di stasera, domani non si scherza, domani si lavora. A forza di reunion e overdose di nostalgia, quest’anno, cominciamo davvero a sentirci vecchi.


2 note Tags: animali sul palco gente figa un bel po' live report

addEUS

Sarà che sto compilando questo ebook sulla sfiga e sono un po’ sfortunato, sarà lei, che col concerto dei Pearl Jam mi ha rovinato tutti quelli a venire, saranno la stagione strana e il tempo balzano, non so, sarò io, forse, fatto sta che ultimamente, della gente che suona, non rimango mai soddisfatto.

Peccato, per i dEUS, che il concerto sia iniziato in orario, alle nove e qualche minuto, caso rarissimo in Emilia, perché stavo mangiando un panino con la porchetta e bevendo una birra allo stand toscano della Festa del PD, e nell’altra mano, su un vassoio traballante, avevo delle frittelle salate che a guardarle era un ribollire di saliva e succhi gastrici. Solo che mi son cadute per terra, le frittelle, e le ho tirate su piene di polvere di cemento e capelli: le ho buttate nell’organico.

Peccato, per i dEUS, che i pezzi da The Ideal Crash in poi, peggio ancora per quelli dell’ultimo disco o per gli inediti, dal vivo facciano un po’ schifo. Han cominciato con quelli e la mia signora mi ha chiesto se c’era il gruppo spalla, lì, sul palco. No, le ho risposto, mi sa proprio che son loro, però Barman è dimagrito, mi sembra.

Peccato, per i dEUS, che il concerto sia durato un’ora e mezza, ma forse anche meno, e che tutti aspettassero Hotel Lounge e cose così, e anche lei aspettava Hotel Lounge, e anche io l’aspettavo, di rimando, per vederla contenta, e invece niente. Hanno chiuso con una Suds & Soda come se fossero degli one hit wonder. O almeno, l’han suonata dando quell’impressione lì.

Peccato, per i dEUS, che la voce di Barman fosse meno in forma di quella del chitarraio matto. E no, non m’interessa se a Barman son sanguinate le mani mentre suonava, vuol dire che ha sbagliato a usarle, le mani sulla chitarra, o ha fatto del teatro. Al bassista, invece, erigeremo un monumento.

Peccato, per i dEUS, che fosse la prima volta che li vedevo dal vivo e non avessi termini di paragone con i dEUS del passato, perché me li aspettavo sguaiati, baracconi, deflagranti, e invece eran lì, bravi, per l’amor di dio, ma tutto sommato stanchi e un po’ impalati.

E finisce che faccio sempre la figura del burbero. Sarà il tempo, sarà la sfiga, sarà stata tutta colpa dei Pearl Jam. Sarò io, forse. Ma tutto il resto mi è piaciuto. E con For The Roses avevo anche gli occhi lucidi e cantavo, cantavo a voce alta: era un po’ che non lo facevo. Fa star bene. Devo rifarlo, prima o poi.


5 note Tags: gente figa un bel po' tirando le somme live report

Fuoco!

(Sì, ok, gli Arcade Fire hanno fatto un signor concerto, ma…)

Quello che non mi piace degli Arcade Fire è che sono in tanti e avrebbero la possibilità di arrangiare e orchestrare trame meravigliose, invece si limitano, anche e soprattutto dal vivo, a seguire la pennata di una chitarra sola. Una pennata che è sempre, troppo, inevitabilmente la stessa.

Quello che non mi è piaciuto degli Arcade Fire, ieri sera, è stato il finale di Rebellion (Lies). Creare il pathos, portarlo in alto, cavalcarlo, every time you close your eyes, lies, lies, il volume cresce, la bolla emotiva sta per esplodere, every time you close your eyes, lies, lies, manca solo quello, è l’ultimo pezzo prima del bis, manca solo quello, l’esplosione, every time you close your eyes, lies, lies, tante volte, ossessivamente, every time you close your eyes, lies, lies, stiamo per godere, ci siamo, every time you close your eyes, lies, lies, e invece…
E invece niente, l’ultimo accordo collettivo, l’ultima nota, l’eiaculazione: NON RIESCE. Non so, forse mancava un accordo sui giri da fare, sui cenni da darsi, su chi avrebbe comandato la chiusura, un po’ d’ingenuità, forse, ma un crescendo così devi chiuderlo esplodendo, non azzardare un caracollamento imbarazzante di strumenti, uno sull’altro, per poi fermarli, circa due secondi e mezzo dopo, stoppati con le mani, perché hai capito che così non va, che così hai rovinato tutto. Peccato.

Quello che non mi è piaciuto dei fonici - ha ragione Bad Blake: i fonici, maledetti fonici, limitano i volumi dei gruppi che precedono gli headliners - è stato il taglio delle ali dei poveri Modest Mouse, che hanno avuto un impatto sonoro ridicolo. Schitarravano e lo sferraglio s’attenuava già a tre metri dal palco. Non mi piacciono, i Modest Mouse, però mi dispiace per loro, umanamente parlando.

(Tutto il resto, dai, mi è piaciuto. Quindi, peffavore, non premete unfollow)


8 note Tags: gente figa un bel po' indie-ani pandemie live report

Il (non lo) wilcoscettico

Visti (gl)i Wilco due volte in sei mesi, penso di aver capito che:

1. i (non gli, dai, i) Wilco vogliono suonare tanto. Due ore e mezza, anche tre. La prima volta tagliarono le gomme del furgone dei Grizzly Bear; la seconda han fatto iniziare il gruppo spalla - un progetto parallelo dei Low votato alla noja - ben dieci minuti prima dell’orario prestabilito. Cose mai viste in Italia.

2. La voce di Tweedy, nella sua monotonia, mi ha stufato.
2-bis. Meglio quando cantano in tre all’unisono, dovrebbero farlo più spesso.
2-tris. Meglio ancora quando non cantano e svisano alla grande.

3. Non bevono mai. Suonano due ore e mezza, anche tre, e non bevono mai. Mai.
3-bis. Questo non è un punto a favore.

4. Bisogna aspettare una buona mezz’ora, ogni volta, per sentire Tweedy pronunciare il primo tenchiù. Prima pensi che antipatico. Poi dice tenchiù e pensi ah, ok, adesso va bene.
4-bis. Quando nell’ultima ora e mezza inizia a parlare sempre più di frequente, finisci per rimpiangere la prima mezz’ora.


1 nota Tags: cose così live report La Musica è finita

Virility Explosion

Niente, ieri sera sono andato a vedere Jon Spencer, ero proprio sotto di lui, mi arrivavano gli sputi come saette sul viso e secchiate di sudore quando girava la testa di scatto. Poi, mentre nell’impeto animale del concerto mister figo si protrae verso il pubblico, il jack si stacca dalla sua gibson acustica con la vernice scorticata dal plettro e Jon si abbassa e non trova lo spinotto. Allora, d’istinto, metto un ginocchio sul palco e glielo allungo. Lui mi guarda, sorride - e in due ore indiavolate di urla e mugolii non aveva ancora sorriso - mi guarda, dicevo, sorride e mi fa thankyou piegando un po’ la testa. Ecco, in quel momento, all’istante, son diventato l’uomo più bello del mondo per la ridda di signorine scalpitanti della prima fila. Poi l’istante si è esaurito quasi subito. E niente, tutto qua.


4 note Tags: animali sul palco ca(s)pita gente figa un bel po' live report